Nelle riflessioni che abbiamo fatto negli ultimi mesi abbiamo sentito l’esigenza di ricollegare l’essere e le narrazioni del nostro sito a quella che è stata la storia internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori.
In fondo il nostro titolo “Diario (d’amore, di lotta e…)”ha una forte corrispondenza, con il suo fondere tematiche più specificamente relative al mondo del lavoro e alle sue lotte con il profondo desiderio di vivere e di condividere le bellezze di questo nostra terra, con lo slogan coniato durante un famoso sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori tessili di Lawrence nel 1912: “vogliamo il pane e le rose!”(1).
Lo sciopero
I motivi della protesta e della lotta sono presto detti: lo stato americano di Lawrence, il Massachusetts, varò una legge che ridusse le ore lavorative settimanali di un lavoro industriale massacrante da 56 a 54 ore settimanali, ma solo per le donne e per i bambini.
Nonostante questo intervento, tutt’altro che rivoluzionario, le aziende tessili risposero con il taglio proporzionale dei salari, rendendo ancora più difficile per i lavoratori provvedere al cibo e ai propri bisogni essenziali.
Ad incrociare le braccia furono allora in 30 mila, in maggioranza donne immigrate, che resistettero per nove settimane.
Questo grazie al sostegno di una delle due grandi associazioni sindacali allora attive. Non dell’AFL (American Federation of Labor), che si oppose allo sciopero di Lawrence, definendolo anarchico e rivoluzionario, ma dell’IWW (Industrial Workers in the World) che, al contrario, sostenne la decisione dei lavoratori e due dei suoi maggiori esponenti, Joseph Ettor e Arturo Giovannitti, contribuirono a formare un comitato di sciopero composto da due rappresentanti per ogni gruppo etnico all’interno delle fabbriche. In questo modo, ogni incontro sindacale fu tradotto in 25 lingue differenti, per superare le barriere linguistiche e far sì che tutti gli operai potessero partecipare attivamente alla protesta.

Le richieste dei sindacalisti nei confronti dei datori di lavoro erano quattro:
- aumento del 15% dei salari
- 54 ore settimanali di lavoro (anziché 56)
- doppia retribuzione per gli straordinari
- riassunzione di tutti gli scioperanti, senza discriminazioni.
Lo sciopero, nato da una diminuzione dei salari, si trasformò ben presto in una lotta più ampia: si stava combattendo per ottenere migliori condizioni di vita. Gli scioperanti cantarono, organizzarono spettacoli, balli, dibattiti e sfilate, e proprio durante queste manifestazioni le donne lavoratrici portavano cartelli e urlavano a gran voce “Vogliamo il pane, ma anche le rose”: non rivendicavano solo una paga decente, ma anche la possibilità di godere delle cose buone della vita.
«The worker must have bread, but she must have roses, too.»
«Il lavoratore deve avere il pane, ma anche le rose.»
Nonostante tutto, lo sciopero andò avanti fino al 14 marzo: i lavoratori ottennero un aumento del 25% per i lavoratori meno pagati e del 15% per quelli che erano più retribuiti, l’aumento per le ore di straordinario e la riassunzione degli scioperanti. I lavoratori festeggiarono la vittoria cantando l’inno socialista, l’Internazionale!
Lo slogan da una poesia.
In effetti nacque prima la poesia “Bread and Roses” di James Oppenheim, pubblicata nel dicembre 1911 sulla rivista “The American Monthly”, appena un mese prima dell’inizio della protesta:[12]
«Mentre veniamo marciando, marciando nella bellezza del giorno,
Un milione di cucine buie, mille soffitte grigie,
Sono toccate da tutto lo splendore che un sole improvviso dischiude,
Perché la gente ci sente cantare: “Pane e rose! Pane e rose!”
Mentre veniamo marciando, marciando, anche noi combattiamo per gli uomini,
Perché sono figli di donne, e noi gli facciamo da madre.
Le nostre vite non saranno sudate dalla nascita fino alla fine della vita;
I cuori muoiono di fame così come i corpi; dateci pane, ma dateci rose!
Mentre veniamo marciando, marciando, innumerevoli donne sono morte
Andiamo piangendo attraverso il nostro canto il loro antico grido per il pane.
Piccola arte, amore e bellezza conoscevano i loro spiriti sgobbati.
Sì, è il pane per cui lottiamo, ma lottiamo anche per le rose!
Mentre veniamo marciando, marciando, portiamo giorni più grandi.
L’ascesa delle donne significa l’ascesa della razza.
Non più lo sgobbone e l’ozioso – dieci che faticano dove uno riposa,
Ma una condivisione delle glorie della vita: Pane e rose! Pane e rose!»

“Il pane e le rose” nell’esperienza della Flm.
Possiamo ben dirlo: in tempi più vicini a noi, abbiamo vissuto in Italia un’esperienza basata su questi valori ed è stata quella vissuta dalla Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici.
Ovviamente il tema meriterebbe una trattazione molto più approfondita, che peraltro è stata anche fatta con diverse pubblicazioni nel merito.
Qui possiamo dire che la Flm ha intrecciato le lotte sindacali tradizionali con importanti conquiste di dignità e culturali.
La dignità oltre il salario
Il sindacato unitario capì che la vita in fabbrica non dipendeva solo dai soldi in busta paga, ma dalla salute, dall’ambiente di lavoro e dalla fine delle gerarchie oppressive. Le rivendicazioni si estesero alla difesa della persona, collegando il riscatto operaio alle grandi riforme sociali del paese e alla lotta per i diritti civili.
Inoltre si comprese che l cultura poteva e doveva essere strumento di emancipazione dei lavoratori.
In particolare, da questo punto di vista, il rinnovo del ccnl sottoscritto nel marzo del 1973 dalla FLM, guidata da Bruno Trentin, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto, con Federmeccanica è quello che ha introdotto una delle più importanti novità: la conquista delle 150 ore di permesso retribuito per lo studio.
Questo strumento ha portato da una parte ad una crescita culturale soprattutto della parte operaia, con la possibilità di accedere a diplomi di scuola media e media superiore, dall’altra ad inserire letteralmente l’arte, il teatro e la cultura d’avanguardia dentro e fuori la fabbrica. Non si trattò solo di corsi scolastici tradizional, quindi, ma di una rivoluzione culturale che intrecciò il movimento operaio con la sperimentazione artistica degli anni ’70.
Questo connubio si realizzò attraverso tre canali principali:
- Il teatro in officina: Compagnie teatrali d’avanguardia e registi (come Dario Fo e la Comune) portarono gli spettacoli direttamente nei capannoni, trasformando i luoghi della produzione in spazi di satira, riflessione politica ed espressione artistica.
- Laboratori di scrittura e cinema: I corsi delle 150 ore inclusero l’analisi dei linguaggi visivi, l’uso delle telecamere e la scrittura collettiva. Gli operai smisero di essere solo spettatori passivi dell’arte e ne diventarono autori, raccontando la propria condizione.
- Collaborazione con intellettuali: Artisti, musicisti e scrittori entrarono in contatto con i Consigli di fabbrica, creando un circuito culturale alternativo che scardinò la separazione tra “cultura alta” e “cultura popolare”.
1) Per ricostruire sinteticamente i fatti storici ci rifacciamo in maniera importante anche a quanto pubblicato su Wikipedia.
2) Ecco il testo inglese:
«As we come marching, marching in the beauty of the day,
A million darkened kitchens, a thousand mill lofts gray,
Are touched with all the radiance that a sudden sun discloses,
For the people hear us singing: “Bread and roses! Bread and roses!”
As we come marching, marching, we battle too for men,
For they are women’s children, and we mother them again.
Our lives shall not be sweated from birth until life closes;
Hearts starve as well as bodies; give us bread, but give us roses!
As we come marching, marching, unnumbered women dead
Go crying through our singing their ancient cry for bread.
Small art and love and beauty their drudging spirits knew.
Yes, it is bread we fight for – but we fight for roses, too!
As we come marching, marching, we bring the greater days.
The rising of the women means the rising of the race.
No more the drudge and idler – ten that toil where one reposes,
But a sharing of life’s glories: Bread and roses! Bread and roses!»
