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di Antonio Vargiu

 

Lo “stato di vitalità” di Cgil Cisl e Uil oggi: una inaspettata miscela tra le idee forza delle tre confederazioni.

 

Seguendo l’analisi dell’articolo di Paolo Feltrin su Italianieuropei (1) si arriva ad una “scoperta” del tutto inaspettata, quella cioè della miscela tra “l’idea della tutela dei diritti di Trentin…l’opzione di un sindacalismo responsabile e governativo del Carniti seconda maniera … e l’ipotesi di sindacato dei cittadini avanzata da Benvenuto.

La curiosa mistura di queste tre idee ha dato origine a una sensibilità tutta italiana per i servizi individuali, intesi come un possibile approdo, un riparo nel quale mettere in sicurezza le organizzazioni sindacali nei tempi duri che stavano arrivando. Nessuno dei tre aveva la più pallida idea di come sarebbero state concretamente interpretate le loro intuizioni, come nessuno dei tre aveva alcun presagio della durezza dei tempi nuovi in via di maturazione.

La miscela generata in modo involontario trent’anni fa non ha equivalenti noti altrove nel mondo: tre sindacati nazionali, tutti e tre confederali, in tutto e per tutto simili tranne che per una blanda colorazione politica, formalmente divisi ma quasi sempre uniti, tutti e tre a svolgere (a Roma e sul territorio) più o meno le stesse identiche attività”.

 

Che fa il sindacato confederale oggi, visto con gli occhi di uno “studioso esterno”.

Continua, quindi, Feltrin: “proviamo ad elencare i mestieri svolti dentro una qualsiasi delle tre confederazioni.

In primo luogo i sindacalisti fanno una certosina manutenzione contrattuale: senza contratto nazionale di lavoro, niente sindacato come lo conosciamo qui da noi. Anche quando, come in anni recenti, il contratto nazionale di lavoro porta a casa poco o nulla, la sua funzione è importante per il solo fatto di esserci e di venire rinnovato, magari con contratti separati come per due volte nei meccanici: è comunque utile, e questo anche per chi non lo firma. Questa manutenzione contrattuale viene fatta ogni giorno in azienda, nei recapiti sindacali, negli uffici vertenze, dal momento che il contratto produce diritti legalmente riconosciuti davanti a qualsiasi pretore del lavoro (il recupero inatteso di Trentin). Ora, questa dimensione del contratto nazionale spiega la differenza tra i sindacati che resistono, specie in Europa, e quelli che vacillano, come nel mondo angloamericano, dove non troviamo, o solo marginalmente, il contratto nazionale di lavoro.

 

La seconda azione che il sindacato italiano svolge consiste in una continua attività di lobbying e pressione su ministeri, Parlamento e governo, per garantire una legislazione di favore ai lavoratori dipendenti e ai cittadini meno abbienti. Siccome lobby sembra una brutta parola nessuno ne parla, ma si tratta di un’attività importante, fatta dalle segreterie confederali nazionali con sede nella capitale, e tutta basata su un implicito scambio politico, con alla base richieste responsabili e conflitto regolato (il recupero inatteso di Carniti). La terza grande area di attività sono i servizi individuali ai lavoratori, ai pensionati, ai cittadini (vertenze individuali, CAF, patronati). Ad esempio, i CAF e i patronati non si occupano solo di dichiarazioni dei redditi e delle pensioni, ma anche di ISEE, successioni, reddito di cittadinanza, regolarizzazione delle badanti, domande di disoccupazione ecc., una marea di attività minute ma indispensabili per sopravvivere nella giungla di adempimenti in cui tutti noi siamo coinvolti (il recupero inatteso di Benvenuto). Attraverso queste pratiche e servizi individuali, il sindacato italiano entra in contatto grossomodo con oltre 10.000.000 persone ogni anno, il che significa 10.000.000 persone che una o più volte l’anno entrano in una sede sindacale.

Qualcuno potrà storcere il naso, ma in tempi difficili non è già un successo resistere salvando l’organizzazione?”.

Infine :”  è da questo che si vede anche la differenza tra il partito e il sindacato. Il partito oggi non ha sedi, non ha funzionari, non ha iscritti, non offre nulla alla propria base; le sedi sindacali sono invece affollate di gente, dalla mattina alla sera. Non a caso le sedi sindacali di moderna concezione assomigliano sempre più a un centro commerciale: sono collocate in periferia, con grandi parcheggi, preferibilmente a piano terra; all’ingresso si trova un banco di accoglienza, poi sale di attesa, il bar, lo spaccio di prodotti equosolidali e così via. I vecchi uffici delle categorie stanno ai piani superiori o in una sede laterale… A partire dagli anni Ottanta, non sapendo come affrontare la crisi incipiente, non potendo sposare in toto né l’opzione Carniti, né l’opzione Benvenuto, né quella Trentin, il sindacato ha optato per tutte e tre le scelte, ritraducendole in opzioni organizzative tra loro compatibili. Innanzitutto,  costruendo il sindacato dei pensionati a tutela dei diritti dei non attivi, che, tra l’altro, si è rivelato una fonte inattesa per compensare le risorse economiche declinanti provenienti dai lavoratori attivi, consentendo di gestire la transizione ai primi anni Novanta… In secondo luogo, mescolando scambio politico, diritti e servizi ai cittadini, il sindacato ha ottenuto nel 1993 una delega da parte dello Stato a costruire i CAF. Lo possiamo interpretare come un tipico rapporto di agenzia, nel quale un soggetto privato collettivo svolge compiti pubblici in nome e per conto dello Stato. A questa prima sperimentazione ne sono seguite molte altre, affidando sempre nuovi compiti ai CAF e ai patronati.

 

Il terzo filone, anche questo non teorizzato né dichiarato (dalla Cgil, non certo dalla Uil, che ne è stata promotrice -ndr), è stato quello della diffusione della bilateralità, ovvero degli istituti di codecisione paritaria tra organizzazioni datoriali e organizzazioni sindacali, ad esempio nella formazione professionale, nella previdenza integrativa, nella sanità integrativa, nell’integrazione in caso di disoccupazione, e così via. Stiamo parlando di centinaia di istituti bilaterali, in grado di generare risorse organizzative e servizi ai lavoratori”.

 

Le nostre riflessioni

 

Unità e pluralismo

 

Il “pluralismo a competizione limitata” è giustamente considerato non un problema, ma una risorsa in quanto consente ai lavoratori una diversificazione delle scelte all’interno di strategie tendenzialmente convergenti, purchè evidentemente la diversificazione non diventi contrapposizione e si mantenga entro limiti non distruttivi.

Questa affermazione, aggiungiamo noi, è tanto più vera se allarghiamo lo sguardo a realtà appena al di fuori del nostro paese, anche solo in Europa, dove spesso tra le diverse sigle sindacali non esiste neppure il dialogo. L’eccezione è la Germania, dove però, sostanzialmente, esiste un solo sindacato.

 

Confederazioni o categorie?

In Italia contrapporre questi due livelli è totalmente sbagliato, così come esaltare la sola confederalità in nome di un nuovo modello di “sindacato dei servizi”, come abbiamo appena letto nel brano citato.

La storia del sindacalismo confederale in Italia ce lo dovrebbe insegnare: essere fuori dalla rappresentanza dei lavoratori in fabbrica, nei negozi e negli uffici ha impedito per molto tempo ai sindacati di contrattare e di portare risultati positivi per i lavoratori.

Non a caso abbiamo celebrato e celebreremo ancora con iniziative importanti, nonostante il virus, i 50 anni della legge 300 (20 maggio 1970), che ha consentito ai lavoratori di godere finalmente di libertà ed agibilità sindacali.

La tradizione italiana è certamente un mix di due culture: quella camerale (propria delle origini) per cui l’organizzazione è prima confederale, mentre le categorie sono delle semplici articolazioni e questa è la caratteristica fondativa della Cgil; quella invece basata sulle categorie che, successivamente, concorrono a formare il livello confederale e questo è il modello sia della Cisl che della Uil.

Anche in questo caso la soluzione è stata la “convivenza” tra i due modelli, senza sterili contrapposizioni o tentazioni di privilegiare l’erogazione di servizi (livello essenzialmente confederale) a scapito della tutela dei lavoratori sui luoghi di lavoro (livello categoriale). Conseguentemente non sono state modificate le “modalità di reclutamento” a favore di tecnici o “esperti”  e a danno della figura dell’attivista e del militante sindacale.

 

Rapporto tra sindacati e partiti

 

L’autonomia del sindacalismo confederale dai partiti (di centrosinistra) ha segnato una svolta “epocale” – sia pure avvenuta con gradualità – per il primo soggetto –il sindacato-, mentre i secondi si sono “involuti” –possiamo dirlo tranquillamente- inseguendo nuovi modelli tecnologici di rappresentanza e perdendo contatto con i ceti sociali di riferimento e con il territorio, tanto da far parlare ad alcuni politologi di “partiti liquidi”.

A questo proposito Paolo Feltrin enuncia un altro suggestivo principio che sarebbe alla base dell’atteggiamento del “cittadino-lavoratore”, il “principio di cautela”:

“Il punto da richia­mare –sostiene Feltrin- è la razionalità nei com­portamenti dell’elettore-lavoratore, vale a dire la natura precauzionale-assicurativa delle sue scelte.

Si tratta di tutelarsi, anche facendo scelte diverse con i due piedi a disposizione: con un piede scel­go il voto di protesta rispetto alle mancate risposte della politica, correndo così un rischio dal quale in qualche modo mi devo tutelare; con l’altro pie­de, tuttavia, mantengo l’iscrizione al sindacato perché mi garantisce le tutele di base e mi protegge dai rischi delle mie stesse scelte di voto.

Siccome i lavoratori sono in genere persone ragionevoli e di buon sen­so, hanno scoperto questo principio di precauzione tanto tempo fa, sia quando votavano per la Democrazia Cristiana, sia quando votavano per Forza Italia, oppure adesso per la Lega e i Cinque Stelle. Sotto que­sto profilo, il sindacato non viene messo in discussione quando i parti­ti di sinistra sono deboli, proprio perché non è mai stato visto come la gamba sindacale del partito socialdemocratico.

Anche per questo i due destini vanno tenuti distinti. Il sindacato soffre meno la crisi, perché ha rotto per tempo i rapporti con i partiti”.

In conclusione il laburismo è finito, sindacati e partiti di (centro) sinistra hanno scelto percorsi diversi e divergenti. Quella che potrebbe essere ancora alimentata è una certa “aria di famiglia”, fondata sul mantenimento di comuni ideali, mediante l’attivazione di “sedi di riflessione culturale, prepolitica, alimentate sotto il profilo organizzativo e fi­nanziario dal mondo associativo” …”aria di famiglia” che pure resiste nonostante le tante diffidenze e le tante inimicizie che sono state alimentate nella legittima ricerca di fare ognuno, per proprio conto, sindacato e partito, i conti con la storia di nuovo in marcia”.

 

Considerazioni finali

 

In conclusione confermiamo la nostra prima valutazione del saggio del politologo e professore universitario Paolo Feltrin:   certamente contiene spunti originali ed analisi non consuete a chi si cimenta nella valutazione delle condizioni e delle prospettive dei sindacati confederali italiani.

In particolare tiene ben presente che non esiste solo un “dualismo” tra Cgil e Cisl e che la Uil non è, per così dire, una specie di “ruota di scorta” delle altre due “consorelle”.

Inoltre non si sottovaluta affatto la vitalità dei tre sindacati presi in esame.

D’altro lato però non possiamo non sottolineare alcune incompletezze ed insufficienze di analisi. Abbiamo già visto prima la sottovalutazione delle categorie e l’esaltazione del ruolo delle confederazioni. Ora aggiungiamo ulteriori riflessioni.

 

 

 

Il ruolo della Uil, sindacato fortemente presente tra i lavoratori attivi.

 

Innanzitutto la Uil: gli viene attribuito un ruolo, anche importante, ma sempre dentro uno schema piuttosto stretto. La Uil, infatti, con le sue iniziative, non si è solo conquistata il ruolo di “sindacato dei cittadini”, ma è fortemente inserita -attraverso le sue categorie- in tutte le realtà lavorative. E’ agile e propositiva e la “partecipazione” ne ha animato le iniziative, almeno al pari della Cisl, ma senza rinunciare a mobilitarsi per far valere i diritti dei lavoratori.

Seconda osservazione: la rappresentanza la si conquista sui luoghi di lavoro e per questo continua ad essere centrale la figura dell’attivista, prevalente su quella dell’ “esperto” di un sindacato di soli servizi.

C’è ancora un’anima! Il sindacalista non sarà mai un mestiere, anche se oggi i lavoratori chiedono informazioni e spiegazioni precise, mentre gli slogan -se vuoti di contenuto- lasciano il tempo che trovano. La sua formazione, quindi, dovrà sempre più coniugare la conoscenza della propria storia e dei principi ideali fondativi del proprio sindacato con la conoscenza del contratto, del diritto del lavoro ecc.

 

La rottura tra sindacati e governo ai tempi di Renzi.

 

Altro aspetto non toccato è il cambio di atteggiamento e di rapporto, invero piuttosto brusco negli ultimi anni, tra la politica e i cosiddetti “corpi intermedi”, realtà associative tra le quali spiccano i sindacati.

Certamente era finito da tempo il “periodo d’oro” della concertazione in cui le parti sociali, soprattutto associazioni imprenditoriali e sindacati, erano un tassello determinante per le decisioni del governo non solo sui temi delle politiche industriali e del lavoro, ma anche su fisco sanità ecc.

 

Per chi volesse approfondire il tema, invitiamo alla lettura di alcuni nostri articoli sul declino e la fine della concertazione in Italia, presenti nei primi numeri del sito (2).

Una vera e propria rottura arriva, però, al tempo del governo Renzi (21 febbraio 2014-7 dicembre 2016), il cui disegno strategico consisteva in un rivisitazione di tutte le istituzioni, a partire dal rapporto tra potere esecutivo e potere legislativo.

In particolare il “combinato disposto” della riforma del bicameralismo perfetto, quale quello attuale, in favore di un sostanziale mono-cameralismo, abbinato ad una riforma elettorale esasperatamente maggioritaria, avrebbe consentito un rafforzamento del potere dell’esecutivo, “esposto” alle decisioni dei cittadini solo ogni 4/5 anni in occasione delle elezioni.

Dopodiche’ non c’era nessun bisogno di consultare le parti sociali. C’era un “dominus” che si faceva un’opinione e che decideva da solo.

Lo scrivemmo nell’estate del 2016:

“ Vogliamo trarre una conclusione? Il nuovo Italicum sempre più sembra essere il frutto di una “politica dell’azzardo”. Si punta su meccanismi che più che ad esaltare e favorire la partecipazione dei cittadini cerca di esaltare e definire un “dominus” che governerà con maggioranza, in teoria inossidabile, per cinque anni.

Politiche e programmi frammentati: a turno si cerca di favorire questo o quel gruppo sociale, senza puntare a soluzioni per le politiche economiche, industriali e sociali che non possono non essere di lungo periodo, perchè, se nessuno ha la bacchetta magica, è anche vero che se non si inizia a costruire oggi, anche con sacrifici, domani si rimarrà al punto di partenza con gli stessi problemi da affrontare.

Continuando su questa strada, non vorremo essere qui, in un prossimo futuro, a denunciare le responsabilità di chi magari ha consegnato il paese a “dilettanti allo sbaraglio”, nuovi (quando lo sono), ma incapaci a gestire la macchina complessa dello Stato e ad affrontare i drammatici problemi sociali che il paese sta vivendo”.

Ma, intanto, ben prima, la vicenda legata all’approvazione del cosiddetto jobs act, che in più punti tentava di minare il fondamento dello Statuto dei lavoratori, cioè la presunzione, basata sui fatti e non su “pregiudizi ideologici”, che la parte debole del rapporto imprenditori/dipendenti fosse proprio quella dei lavoratori. (4). Tutto questo aveva portato ad una frattura via via sempre più insanabile con le organizzazioni sindacali. Si badi bene: la frattura coinvolse non solo il rapporto con il governo, ma anche con il Pd, definito allora il partito di Renzi (PdR).

Il riallacciarsi di rapporti tra “centro-sinistra” politico e Cgil Cisl e Uil.

Solo il cambio nella segreteria del partito democratico, dopo la sconfitta di Renzi al referendum costituzionale, ha permesso un ricostituirsi di un qualche rapporto tra partito di (centro) sinistra e organizzazioni sindacali confederali.

A questo si è poi aggiunto il recente cambio di governo: il Conte-bis ha cambiato totalmente il rapporto con le organizzazioni sindacali. Cgil Cisl e Uil sono tornate non solo ad essere interlocutrici di primo piano del governo, ma anche protagoniste di accordi di redistribuzione sociale del reddito come non si vedevano da molti anni.

Tutto questo si è accentuato in occasione della drammatica crisi da “coronavirus” che stiamo vivendo e che ci accompagnerà ancora, per le sue conseguenze economiche e sociali, per molto tempo.

In conclusione: agli studiosi della storia del movimento sindacale un invito, quello di non dare immagini appiattite del ruolo e della funzione sociale di Cgil Cisl e Uil (soprattutto quando riescono ad elaborare strategie convergenti). Il sindacato confederale è ancora vivo e, nonostante tutte le difficoltà, milioni di lavoratori gli stanno rinnovando la loro fiducia.

 

 

  • Paolo Feltrin, Partito e sindacato “in convergente disaccordo”, Italianieuropei, n.1 2020.
  • Al tema abbiamo dedicato i seguenti articoli che sono comparsi sui primi quattro numeri:
  • Concertazione: di che cosa parliamo? prima parte, Diario (d’amore, di lotta e…), n.1, settembre 2014.
  • Concertazione: di che cosa parliamo? seconda e terza parte, Diario (d’amore, di lotta e…), n.2, ottobre 2014.
  • La concertazione è finita: perché ? Prima e seconda parte, Diario (d’amore, di lotta e…), n.3, novembre 2014.
  • La concertazione è finita: che fare?, Diario (d’amore, di lotta e…), n.4, dicembre 2014.
  • Antonio Vargiu, n. 21-22, luglio-agosto 2016,  Ancora sull’Italicum: a grandi passi verso una “politica dell’azzardo”.
  • Dal sito di Pietro Ichino, Intervista di Arianna Tassinari, dottoranda in relazioni sindacali, a Pietro Ichino, aprile 2017:“Come descriverebbe l’approccio dei diversi esecutivi che si sono alternati dall’inizio della crisi nel 2008 ad oggi nei confronti delle parti sociali (sindacati e associazioni datoriali)? A quali fattori imputa la differenza negli atteggiamenti adottati dai vari esecutivi?”.

Il Governo Monti ha seguito una politica del doppio binario: esclusione totale del confronto con le associazioni sindacali e imprenditoriali nella fase della riforma pensionistica (novembre-dicembre 2011), dialogo nella fase della riforma del lavoro (febbraio-giugno 2012). Il Governo Letta ha proseguito la fase del dialogo, mentre il Governo Renzi ha ricalcato in qualche modo l’andamento del Governo Monti: una prima fase di esclusione pressoché totale del confronto nella prima fase della riforma del lavoro (marzo 2014-marzo 2015) e ripresa del dialogo nella seconda fase della riforma (seconda metà del 2015) e nel periodo successivo.

 

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