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LA LOTTA PER RECUPERARE AL LAVORO LE DONNE E’ UNA PRIORITA’ DEL SINDACATO.

Intervista alla segretaria confederale Uil Ivana Veronese a cura di Antonio Vargiu

Cara Ivana, iniziamo questa intervista con un misto di nostalgia per tanti anni passati insieme e per il contributo che hai dato alla vita della Uiltucs e però anche con una certa soddisfazione per gli apprezzamenti che stai riscuotendo nel tuo nuovo ruolo, quello di segretaria confederale.

Ma passiamo ad un primo ragionamento sull’impegno del sindacato e, in particolare, della Uil, in prima linea nel portare avanti le istanze delle donne.

Chiariamo innanzitutto un equivoco: per l’8 marzo si parla genericamente di “festa delle donne” e del “dono” della mimosa, perdendo il senso vero del suo significato.

Perchè l’8 marzo è non solo una festa, ma soprattutto la “giornata internazionale  di lotta per i diritti delle donne”.

In più, è bene sempre sottolineare che questa lotta deve attraversare ogni nostra azione, soprattutto come sindacato, tutti i giorni dell’anno.

In effetti per l’8 marzo c’è stata una iniziativa importante di Cgil Cisl e Uil.

E’ proprio così! Debbo anche aggiungere che abbiamo trovato subito un accordo per quella grande iniziativa unitaria: tutte e tre le Confederazioni l’hanno accolta con entusiasmo!

Giustamente sottolinei il ruolo fondamentale del sindacato: su quali linee si deve orientare?

Anche qui va fatta una premessa: i diritti delle donne vanno continuamente riaffermati sia a livello legislativo, dove molto si è fatto in Italia, ma dove è sempre necessario integrare le norme o per recrudescenze di fenomeni, come il femminicidio o per nuove forme “tecnologiche”di ricatto come il revenge porn, che nel mondo del lavoro.

 

Nel tuo intervento hai sottolineato un “assunto”: voi donne non volete più essere considerate un problema.

Questo è uno dei nodi. Se decidiamo di fare le mamme, diventiamo inaffidabili sul lavoro perché ci assentiamo troppo e siamo troppo emotive.

Se vogliamo realizzarci professionalmente, siamo fuori dagli schemi precostituiti e abdichiamo al nostro ruolo sociale di procreatrici.

Se cerchiamo di conciliare lavoro e famiglia, pretendiamo troppo.

Ma le donne non sono un problema da risolvere, sono anzitutto un’opportunità e una ricchezza: per sé e in sé, per le persone tutte, per lo sviluppo ed il futuro del Paese.

 

Recentemente a Verona c’è stato un “rigurgito” di tradizionalismo maschile. L’iniziativa del “congresso mondiale per la famiglia” -al di là di qualche timido tentativo di dibattito- ha riproposto uno schema “classico”: le donne a casa per fare più figli, dentro una visione di famiglia ancora una volta “patriarcale”. 

Va detto una volta per tutte: è proprio questo “schema” che va messo in discussione.

Il fatto è che il sistema sociale del nostro Paese è costruito su un modello vecchio ormai superato e che non guarda avanti.

Viviamo ancora in un contesto fortemente incentrato su una netta divisione dei ruoli sociali. Alcuni lavori sono per le donne, altri sono per gli uomini, alcune responsabilità sono in capo a quelle ed altri a quelli.

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Mi sembra di capire che uno dei nodi fondamentali sia quello della ridiscussione dei ruoli, a partire dalla divisione tra lavoro fuori dalla famiglia e il lavoro di cura, che, pur essendo un vero e proprio lavoro, invece di essere valorizzato viene considerato -in questo sistema economico dominante- come residuale e”da donne”.

 

Hai ragione! Non a caso nelle crisi aziendali il datore di lavoro pensa a “rimandare a casa” le donne!

Il mondo del lavoro è organizzato, infatti, sulla base di una partecipazione prevalentemente maschile e sul presupposto che i bisogni e il lavoro di cura familiari siano “coperti” dalle donne. Da questo discendono condizioni che sperimentiamo tutti i giorni, come una cultura del lavoro basata più, sul tempo disponibile, sulla scansione e distribuzione oraria falsamente neutra e su una flessibilità imposta dalle aziende ma non certo “conciliante”.

Nel nostro sistema produttivo si premia ancora la disponibilità di tempo piuttosto che il raggiungimento degli obiettivi nel tempo a disposizione. Questa impostazione inevitabilmente danneggia le donne, sulle cui spalle ricade ancora la stragrande maggioranza del lavoro di cura familiare.

Il problema è il sistema, dunque, non le donne, che sono, però, coloro che ne pagano le conseguenze in maniera più pesante

 

 

Per quanto riguarda l’ambito più strettamente sindacale, possiamo parlare di un vero e proprio “programma d’azione”.

Sì, stando ben attente ad ottenere e ad utilizzare strumenti adeguati ad una realtà nuova alla quale tendere, quella cioè che coinvolga nel lavoro esterno e nelle cure famigliari sia l’uomo che la donna.

Il part-time, quello richiesto non quello imposto, è un esempio su tutti. Pur molto utile nell’immediato, porta inevitabilmente a un impoverimento sostanziale in ottica di salario e, soprattutto, di pensioni.

Dobbiamo lavorare, invece, perché la conciliazione venga  riconosciuta come ciò che realmente dovrebbe essere, cioè un bisogno senza connotazione di genere.

 

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Lo strumento contrattuale è destinato, quindi, a mantenere una grande importanza.

 

E’ questo il grande impulso che è venuto dalla manifestazione unitaria di Cgil Cisl e Uil.

Partiamo dalla maternità: se la denatalità e l’invecchiamento del paese è un fatto preoccupante per il futuro, la maternità va protetta per la sua funzione sociale.

Sui luoghi di lavoro attualmente è vista come la perdita di una risorsa per un dato periodo di tempo; invece va valorizzata come periodo di acquisizione di competenze trasversali, che poi possono essere riutilizzate positivamente dalle aziende.

Naturalmente la contrattazione non può essere lasciata sola su temi quali l’innalzamento della retribuzione del congedo parentale obbligatorio al 100%, così come il retribuire al 30% il congedo che si può suddividere tra madre  e padre non è comunque sufficiente a far sì che i padri lo prendano.

 

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Nello specifico quali altre tematiche intendete affidare alla contrattazione.

 

La premessa è che intendiamo utilizzare tutti i livelli contrattuali che abbiamo a disposizione: quello nazionale, quello territoriale e quello aziendale.

Non mi metto a discutere di ogni singolo passaggio, perché sono temi già conosciuti, ma vorrei citarne per titoli alcuni: organizzazione del lavoro, turni e flessibilità oraria, banca delle ore per una flessibilità positiva, banca delle ore solidali, sicurezza in ottica di genere, parità retributiva in tutte le sue declinazioni complessive, aspettative per necessità di cura, formazione/aggiornamento al rientro da periodi di congedo, contrasto alle molestie e alla violenza nei luoghi di lavoro, premi di risultato che riconoscano il valore della maternità. Ci sono anche i temi che riguardano la contrattazione con gli enti locali e gli ambiti territoriali: I trasporti pubblici e gli orari della città, l’assistenza socio sanitaria e domiciliare.

Il cammino su questi temi è già incominciato, dei risultati sono stati ottenuti, ma, come si diceva prima, c’è ancora tanta strada da fare.

 

 

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