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Il dopo terremoto

Siamo a due anni e mezzo dal terremoto che ha colpito i territori appenninici di quattro regioni del centro Italia: il Lazio, le Marche, l’Umbria e, in parte, l’Abruzzo. Una ripresa ed una reazione c’è stata, ma siamo ancora lontani da un livello che metta al sicuro queste terre e queste popolazioni da quella che è la vera minaccia: la desertificazione del lavoro e l’abbandono del territorio.

Anche l’atteggiamento delle istituzioni non è stato sempre “impeccabile”, mentre anche chi è preposto all’applicazione delle leggi ha più volte rischiato di non dare una lettura adeguata di una realtà, così improvvisamente e drammaticamente sconvolta.

A quest’ultimo proposito ci riferiamo, in particolare, all’episodio che ha coinvolto “nonna Peppina”, la madre della nostra amica Agata.

nonna-peppina

 

Un’interpretazione letterale e pedissequa delle norme di legge ha fatto sì che invece di premiare l’attaccamento al proprio paese, al luogo della propria storia e dei propri ricordi famigliari di “nonna Peppina”, esempio che avrebbe dovuto essere indicato e premiato per il coraggio e la forza di resistere ad ogni avversità e come incoraggiamento per tutti a non abbandonare il territorio, ha dato vita ad una odissea cui è stata costretta una donna di 94 anni e che è durata parecchi mesi: solo da poco la vicenda si è conclusa in modo positivo, secondo una logica di buonsenso che avrebbe dovuto essere seguita fin da subito.

 

La ricostruzione

 

Di Agata Turchetti e delle sue iniziative per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle necessità delle popolazioni rimaste nel “cratere delle aree terremotate dell’Appennino” abbiamo parlato nel nostro numero 38 (dicembre 2017).

Ne riprendiamo a parlare con questa intervista sulle priorità per la ricostruzione.

Cara Agata, ad oltre due anni dal terremoto che ha sconvolto la vita degli abitanti dell’Appennino centrale, è tempo di passare dalla “fase emergenziale” ad una visione di prospettiva, ma non rimandandola alle “calende greche” rischiando un più grave spopolamento, a partire dalle giovani generazioni.

 “E’ assolutamente così. Ma diciamocelo subito chiaramente: l’Appennino non ha bisogno di produrre nocciole, una coltura estensiva che non dà grandi ricadute occupazionali. L’Appennino ha già la sua azienda: è l’università. Nel territorio maceratese c’è l’ ‘ateneo camerte’ con le sue mille risorse. E’ necessario, invece, rilanciare uno sviluppo che cresca dal basso, a partire dalle esigenze dei suoi abitanti. In questo mi riconosco in Paolo Piacentini, autore del bel libro “Appennino atto d’amore. La Montagna a cui tutti apparteniamo” Terre di mezzo Editore”. (-per una prima conoscenza delle idee di questo autore sulla ricostruzione riportiamo ampi stralci di un suo recente articolo- ndr ).

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La tua impostazione dà molta importanza ai fattori culturali e, in particolare, assegna un ruolo importante alla scuola.

“E’ proprio così. Se vogliamo trovare una carenza importante nel documento Cgil Cisl Uil sulla ricostruzione, è proprio il non aver messo – tra le aree prioritarie di intervento- lo sviluppo del sistema pedagogico, educativo e didattico. Potrebbe essere una buona occasione per costruire un modello con buone prospettive di risanamento dei mali gravi che la nostra scuola non riesce più a fronteggiare. E ancor meno le famiglie e le comunità che negli anni settanta definivamo educanti.

A questo proposito voglio aggiungere subito che non condivido affatto l’idea dei “poli scolastici” con la conseguente soppressione dei piccoli plessi, soprattutto di scuola dell’infanzia e primaria. Studi recenti stanno riabilitando le bistrattate pluriclassi, occasione preziosa per favorire l’apprendimento cooperativo. L’insegnamento diventa meno direttivo e i bambini imparano la responsabilità senza bisogno di sermoni noiosi e inefficaci”.

 

ricostruzione

La tua esperienza in questo campo ti porta ad individuare un diverso  modello di scuola, più educativo.

“Non bisogna, infatti, dimenticare che l’ambiente insegna. Uno degli ultimi numeri della rivista “Internazionale” contiene un articolo bellissimo, La scuola nella foresta. Narra di un’esperienza scolastica nata negli anni cinquanta e ora molto diffusa in Danimarca e approdata ampiamente in altri paesi europei. È destinata a bambini dai tre ai sei anni che vivono il tempo scuola all’aperto, impegnati in attività didattiche in cui la manualità è prioritaria. Il risparmio su alcune strutture consente un rapporto bambini/educatore di uno a undici. Nonostante il freddo si ammalano di meno e sono più felici dei coetanei che seguono percorsi formativi tradizionali. Ho toccato con mano lo scempio che sezioni di ventinove bambini, costretti a trascorrere anni in quelle celle che sono le aule delle nostre scuole, fanno dell’educazione alla libertà, al dialogo, alla costruzione di relazioni significative con i pari e con gli adulti.

In ogni caso -molto concretamente- le scuole aperte nei piccoli borghi potrebbero diventare centro di aggregazione e di formazione permanente per genitori e per la comunità.
In conclusione, credo che dovremmo guardare al passato con occhi nuovi per riuscire a costruire un futuro in cui davvero la formazione assuma un ruolo strategico”.

 

 

 

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