di Antonio Vargiu
A Gaza si continua a morire sia perché finiti nel mirino di armi israeliane, leggere o pesanti che siano, sia per fame, voluta e usata come arma di guerra.
Ma per il governo di Israele è tutta e sola propaganda di Hamas: non ci sono né morti né feriti né persone che stanno morendo di fame, semplicemente perché nessun palestinese è considerato dal governo e dall’esercito israeliano -dal 7 ottobre 2023- un essere umano. Se qualcuno dà ancora fastidio, in un modo o in un altro, lo si elimina.
Ma noi che possiamo dobbiamo far parlare i testimoni e far conoscere quello che hanno visto. Lasciamo solo Netanyahu a dire le sue ignobili bugie.
Per questo qui di seguito riportiamo l’intervista fatta dal giornalista di Domani, Davide Maria De Luca, il 20 giugno scorso ad una ex soldato israeliano, Nadav Weiman, che ha servito nelle forze speciali dell’Idf a Gaza e in Cisgiordania. Oggi dirige “Breaking the silence”, un’organizzazione di veterani impegnati a denunciare i crimini commessi nei territori occupati: «Stiamo usando la fame come strumento di guerra»
L’attacco ad Israele ha distratto l’attenzione dell’opinione pubblica da quello che accade a Gaza, qual è la situazione nella Striscia in queste settimane?
A Gaza il numero di morti continua a crescere. L’uccisione di palestinesi in fila per il cibo è diventata un’occorrenza quasi quotidiana. Stiamo usando la fame come strumento di guerra, una cosa che, in quanto ebreo, mi fa impazzire. Che cos’è successo alla famiglia di mio nonno in Polonia? La stessa cosa. Spariamo a persone in fila per il cibo e poi diciamo “stiamo indagando”. Sciocchezze. Non si indaga, si insabbia. Avete mai sentito di un solo incidente a Gaza in cui soldati israeliani hanno ucciso decine di persone che è stato risolto? In cui è stato trovato un responsabile, qualcuno che ha sbagliato? No, perché non è mai successo…
Com’è possibile che si verifichino questi episodi, quali sono le circostanze in cui avvengono?
Prima di tutto sono episodi del tutto coerenti con il modo di combattere dell’esercito israeliano a Gaza. Intanto, dovete considerare che la distribuzione di cibo non avviene attraverso i 400 punti di distribuzioni dell’Onu o di altre organizzazioni, situati nelle città e nei villaggi della Striscia. Ci sono solo 4-5 punti, nelle zone controllate dall’esercito, lontani chilometri dalle zone abitate. Ogni giorno, decine di migliaia di persone si mettono in cammino verso i centri distribuzioni. Sono enormi colonne di gente, scene incredibili, sembra l’esodo degli ebrei dall’Egitto.
Dall’altro lato ci sono soldati israeliani che, quando sono a Gaza, sono in genere spaventati, molto spaventati, e hanno ordini di usare le loro armi, con proiettili veri, come strumenti di “controllo della folla”. Queste sono disposizioni ufficiali dall’esercito: contenimento della folla con armi da guerra, una cosa che trovo folle. Come ex soldato, posso dire che in una zona dove c’è un po’ di eco, tra palazzi, oppure in una valle, è molto difficile capire da dove provengono degli spari. E quindi, quando si sentono dei colpi, l’enorme massa di gazawi in attesa del cibo, anche loro già spaventati, cominciano a correre ovunque. E i soldati, a loro volta terrorizzati che questa massa possa travolgerli, cominciano sparare.
Questa è la dottrina dell’esercito israeliano: se ti senti in pericolo, soggettivamente in pericolo, sei autorizzato a sparare per uccidere. E se i soldati impegnati nella distribuzione hanno una scorta a una certa distanza, troppo lontano per sparare con i loro fucili, allora sparano con i carri armati, che uccidono parecchie persone ad ogni colpo.
Qual è la situazione, invece, in Cisgiordania?
In Cisgiordania la violenza dei coloni è ormai fuori controllo. La legge israeliana semplicemente non viene fatta rispettare. Negli ultimi due anni, il governo ha smesso persino di fingere di far rispettare la legge ai coloni violenti. Oggi abbiamo soldati che accompagnano i coloni mentre compiono i loro attacchi terroristici contro i palestinesi. Dopo la guerra con l’Iran, i coloni hanno avuto mano libera e ora possono prendere ancora più territori, distruggere ancora più case, mentre i palestinesi sono sottoposti a un regime praticamente di quarantena. I coloni estremisti credono nella “supremazia ebraica” – di nuovo: quelli che picchiavano mio nonno in Polonia dicevano la stessa identica cosa. Come hanno detto pubblicamente i loro rappresentati, questo è il “tempo di miracoli”. Usando la guerra come copertura, tutto si sta espandendo: dalla violenza contro i palestinesi alle colonie illegali.
Qual è la sua valutazione del conflitto con l’Iran?
Quello che accaduto con l’Iran ha cancellato l’opposizione. Non appena la prima bomba è caduta, l’opposizione ha subito appoggiato la guerra, senza fare una sola domanda. Non si è capito perché abbiamo combattuto. Gli obiettivi cambiavano ogni giorno. Il programma nucleare iraniano, i suoi missili a lungo raggio, il rovesciamento del regime. Quello che è chiaro è che adesso il nostro potere sembra senza limiti. Abbiamo lanciato un attacco incredibile contro le difese aere dell’Iran, abbiamo demolito le infrastrutture di Hezbollah e di Hamas – a un costo enorme in vite umane, e per la nostra economia, che è andata a farsi benedire, e di 900 nostri soldati. È una sensazione che dà dipendenza. E questo è molto problematico. Perché l’Iran alla fine è un paese molto più grande, con molta più popolazione. Potremo bombardarli quanto vogliamo, ma non abbiamo il potere di distruggerli, né di rovesciare il regime.
I patriarchi Pizzaballa e Teofilo III tra le macerie di Gaza
Da Città Nuova riportiamo questo reportage, a cura di Sara Fornaro. 24 Luglio 2025, sulla visita dei due eminenti religiosi alla popolazione stremata dii Gaza e sull’appello della cantante Noa a far cessare la morte per fame.
Gli aiuti umanitari destinati ai palestinesi sono ancora bloccati. Sono stati fermati anche quelli portati dal patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, nel suo sopralluogo nella chiesa bombardata.
In una conferenza stampa organizzata con il patriarca Teofilo III della Chiesa ortodossa di Gerusalemme, ha spiegato: “siamo tornati da Gaza con il cuore spezzato… Abbiamo camminato tra le polveri delle rovine… Eppure, in mezzo a tutto questo, abbiamo incontrato qualcosa di più profondo della distruzione: la dignità dello spirito umano che rifiuta di spegnersi. Cristo – ha detto il cardinale Pizzaballa – non è assente da Gaza. È lì, crocifisso nei feriti, sepolto sotto le macerie eppure presente in ogni atto di misericordia, in ogni mano tesa verso chi soffre”.

Il bambino palestinese Yazan Abu Foul, di due anni, con la madre Naima, che lo assiste mentre soffre di grave malnutrizione a causa della grave carenza di cibo causata dal blocco imposto da Israele alla Striscia di Gaza, 19 luglio 2025. Foto Ansa, EPA/HAITHAM IMAD
Pizzaballa ha spiegato che la Chiesa, l’intera comunità cristiana, non abbandonerà mai i palestinesi. “I nostri ospedali, rifugi, scuole, parrocchie sono luoghi di incontro e condivisione per tutti: cristiani, musulmani, credenti, scettici, rifugiati, bambini”. Gli aiuti umanitari, ha sottolineato il patriarca latino, “sono una questione di vita o di morte. Ogni ora senza cibo, acqua, medicine e riparo provoca un danno profondo. L’abbiamo visto: uomini che resistono al sole per ore nella speranza di un semplice pasto. È un’umiliazione difficile da sopportare quando la si vede con i propri occhi. È moralmente inaccettabile e ingiustificabile”.
Pizzaballa ha lanciato un appello “ai leader di questa regione e del mondo: non può esserci futuro basato sulla prigionia, lo sfollamento dei palestinesi o sulla vendetta. Deve esserci un modo per restituire la vita, la dignità e tutta l’umanità perduta”. A Gaza, ha affermato il patriarca Teofilo III, “abbiamo incontrato un popolo schiacciato dal peso della guerra, ma che porta dentro di sé l’immagine di Dio… Alla comunità internazionale diciamo: il silenzio di fronte alla sofferenza è un tradimento della coscienza”.

La cantante israeliana Noa con un cartello: Salva Gaza dalla fame! Ora! Foto dal profilo Instagram
“Popolo di Israele ferma le uccisioni. Questo non siamo noi”
“Non nel mio nome! Le uccisioni, il dolore, le bombe, le fiamme, le lacrime… Non nel mio nome! La fame, la vergogna, gli affamati, il conflitto, lo spreco di vite. Non nel mio nome, né nella mia fede né nel mio credo! Questo è il diavolo all’opera, questi sono la corruzione e l’avidità”, con “migliaia e migliaia di persone bisognose, corpi e cuori spezzati, lasciati sanguinare”.
Parla Noa, cantante israeliana conosciuta in Italia anche per aver cantato la colonna sonora del film La vita è bella di Roberto Benigni. Impegnata da sempre per la pace, sui social ha lanciato un appello alla sua gente: “Popolo di Israele, alza la voce, prendi posizione: hai una scelta. Popolo del Libro, popolo della luce, non proseguire in questa notte oscura. Questo non siamo noi: questo è un grosso errore. Ferma la guerra, ferma le uccisioni, per l’amor del cielo”.
In Israele ci sono state diverse manifestazioni di ebrei e palestinesi in cui insieme chiedevano la pace mostrando le foto dei bambini uccisi nei bombardamenti. I ragazzi e le ragazze del gruppo israeliano Mesarvot, che raccoglie gli obiettori di coscienza, hanno invece bruciato gli ordini di leva gridando “non prenderemo parte al genocidio. Non presteremo il nostro servizio all’apartheid”. Per il loro rifiuto, alcuni sono stati già incarcerati, altri dovranno scontare delle pene detentive. C’è ancora speranza per la Terra Santa. Facciamo tutti la nostra parte.

Infine un’ultima news: l’intervento del presidente della Repubblica Mattarella, in occasione dell’incontro con la stampa parlamentare il 30/07/2025:
“Sul Medio Oriente è persino scontato, purtroppo, affermare che la situazione a Gaza diviene, di giorno in giorno, drammaticamente più grave e intollerabile; e speriamo che alle pause annunziate corrispondano spazi di effettivo cessate il fuoco.
Due mesi addietro, in una delle occasioni più solenni del Quirinale – l’incontro, per la nostra Festa nazionale, con gli ambasciatori che rappresentano in Italia i Paesi di ogni parte del mondo – dopo avere ricordato l’orrore del barbaro attacco di Hamas del 7 ottobre di due anni fa, con tante vittime tra inermi cittadini israeliani e con l’ignobile rapimento di ostaggi, ancora odiosamente trattenuti, ho sottolineato come sia inaccettabile il rifiuto del governo di Israele di rispettare a Gaza le norme del diritto umanitario, ricordato pochi giorni fa – appunto – da Leone XIV.
Ho aggiunto, in quell’incontro, che è disumano ridurre alla fame un’intera popolazione, dai bambini agli anziani e che è grave l’occupazione abusiva, violenta, di territori attribuiti all’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania. Ho espresso l’allarme per la semina di sofferenza e di rancore che si sta producendo, che, oltre ad essere iniqua, contrasta con ogni vera esigenza di sicurezza.
Quel che è avvenuto nelle settimane successive è ulteriormente sconvolgente. Sembra che sia stata scelta la strada della guerra continua e ovunque, dimenticando che la guerra suscita nuove schiere avverse, nuovi reclutamenti di nemici, indotti anche dal risentimento, dalla frustrazione, dalla disperazione.
L’incredibile bombardamento della Parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza è stato definito un errore.
Da tanti secoli, da Seneca a Sant’Agostino, ci viene ricordato che “errare humanum est, perseverare diabolicum”.
Si è parlato di errori anche nell’avere sparato su ambulanze e ucciso medici e infermieri che si recavano per dar soccorso a feriti sui luoghi più tragici dello scontro, nell’aver preso a bersaglio e ucciso bambini assetati in fila per avere acqua, per l’uccisione di tante persone affamate in fila per ottenere cibo, per la distruzione di ospedali uccidendo anche bambini ricoverati per denutrizione.
È difficile, in una catena simile, vedere una involontaria ripetizione di errori e non ravvisarvi l’ostinazione a uccidere indiscriminatamente.
Una condizione raffigurata, in maniera emblematica, dal bambino ferito, accolto con sua madre in un ospedale italiano, dopo aver perduto il padre e nove fratelli – tutti bambini – nel bombardamento della sua casa”.
