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di Antonio Vargiu

Iniziamo con questo una serie di articoli dedicati alla drammatica situazione causata dall’invasione russa dell’Ucraina.

“Mentre papa Francesco esclama con forza che in Ucraina la pace è possibile, i falchi del Pentagono (e della Nato) indicano la Crimea come obiettivo di riconquista”.

di Antonio Vargiu

Sono questi il titolo e il sottotitolo di un articolo che stavo scrivendo esattamente un anno fa e che poi non ho pubblicato, anche perché ogni voce non esattamente allineata, anche se ragionevolmente critica, passava allora come “anti-patriottica” (solo il papa non è stato frontalmente attaccato dalla maggioranza dei mass media). Oggi il clima è leggermente cambiato e la lunghezza della guerra incomincia a far sorgere seri interrogativi.

Alla ricerca di dichiarazioni recenti sulla guerra.

Per gli aggiornamenti sulla situazione sono andato alla ricerca di fonti affidabili per non alimentare la oramai frequente “fabbricazione di “fake news”, in questo caso spinte dalle reciproche propagande di guerra.

Con sorpresa e grande preoccupazione mi sono imbattuto in affermazioni del “campo occidentale”, che non solo non lasciavano trasparire nessuna preoccupazione per la continuazione della guerra, ma che “alzavano il tiro” e cercavano di assuefare l’opinione pubblica a scenari di futura escalation, senza minimamente mettere nel conto che uno dei contendenti, la Russia, l’aggressore dell’Ucraina, è dotato pesantemente, come gli Stati Uniti, di armi atomiche.

Una rassegna di posizioni inquietanti.

Partiamo da alcune recenti dichiarazioni di alti esponenti delle forze armate di paesi europei con importanti incarichi anche in seno alla Nato.

Ecco quelle del generale inglese Patrick Sanders, capo di stato maggiore dell’esercito di Sua Maestà (Fanpage.it, 24 gennaio 2024, a cura di Ida Artiaco) :

“Preparatevi a combattere. Il Paese deve reclutare e addestrare un esercito di cittadini pronti alla battaglia in caso di guerra di terra contro la Russia. A parlare è il capo dell’esercito inglese, che oggi, in un intervento pubblico a Twickenham, a sud-ovest di Londra, ha allertato i cittadini che in caso di conflitto contro Mosca, “l’aeronautica non basta. Ora servono soldati di terra e una mobilitazione nazionale”.

Come mette in risalto l’agenzia Ansa, commentando queste dichiarazioni, “negli ultimi giorni, anche altri alti ufficiali della Nato avevano evocato uno scenario del genere, a partire dall’ammiraglio olandese Rob Bauer, a capo del Comitato militare dell’Alleanza Atlantica, secondo cui “la pace non è più scontata” ed è necessario prepararsi a una guerra con la Russia. Oltre a lui si sono espressi in modo simile esponenti del governo e delle forze armate tedesche”.

Lunedì 29 gennaio 2024  il Messaggero riporta un intervento di un generale tedesco sotto il titolo “Nato, il generale tedesco: «Attacchi missilistici russi in Europa in caso di guerra totale»”: La Nato dovrebbe essere preparata alla prospettiva di attacchi missilistici russi in Europa nel caso di una guerra totale con la Russia, avverte il tenente generale Alexander Sollfrank, comandante del centro logistico militare dell’Alleanza in Germania. Le dichiarazioni rilasciate in un’intervista al Times aumentano i timori di un conflitto globale”.

 

Ci sono poi vari commenti giornalistici di non militari come ad esempio Jacopo Iacoboni (La Stampa, 30 gennaio 2024), che dando notizia di dichiarazioni di fonte russa, che non possiamo definire altrettanto folli di alcune di quelle sopra citate, conclude: “ Nella Duma c’è una folta fazione che chiede il dispiegamento di armi nucleari in Venezuela e Nicaragua, ossia nei paesi “amici” vicini agli Stati Uniti, ha spiegato non un passante, ma Alexey Zhuravlev, primo vicepresidente della Commissione difesa della Duma: «Per quanto riguarda i nostri missili più vicini agli Stati Uniti, io, ad esempio, sono da tempo favorevole a fornire sistemi di lancio ai nostri amici Cuba, Venezuela e Nicaragua», ha scritto su Telegram.

Da questo punto di vista la propaganda russa sfrutta la notizia – che comparve sul Telegraph – che testate nucleari Usa saranno collocate presso la base britannica della RAF a Lakenheath, dove verranno consegnate per la prima volta in 15 anni nel Regno Unito…”.

 

 

Se anche la Cia fa sentire la sua voce…

Sempre sulla Stampa (La Stampa, 31 gennaio 2024) Jacopo Iacoboni riporta i punti essenziali di un articolo scritto dal capo della Cia per “Foreign Affairs” (cosa assolutamente anomale e in stridente contrasto con le sue funzioni di capo di un servizio segreto): «Putin incarna una combinazione infiammabile di rancore, ambizione e insicurezza. Pensa che il tempo sarà dalla sua parte, ma non è così»

“Non è esattamente usuale che il capo della Cia scriva un lungo articolo per spiegare qual è la sua posizione sulla più grave crisi internazionale su cui l’agenzia estera americana sia impegnata. Ma è quello che oggi William Burns fa su Foreign Affairs, di suo pugno…

Burns definisce un fallimento la guerra della Russia contro l’Ucraina e annuncia di considerare ormai compiuta la trasformazione di Mosca in un vassallo della Cina. Ma ammette anche che ci muoviamo in un mondo nel quale gli Stati Uniti non godono più della superiorità incontrastata…

Burns è convinto che l’epoca della Guerra Fredda finisca davvero solo il 24 febbraio del 2024, con l’invasione in Ucraina, che segna però l’ingresso in un territorio desolato e incerto, una waste land gepolitica. La prima chiave per trovare come abitarci è capire anche la psicologia di Putin: il suo desiderio di controllare l’Ucraina deriva dalla sua convinzione che senza tale controllo, la Russia non può essere una grande potenza e lui non può essere un grande leader russo. Tuttavia l’intervento in Ucraina si è rivelato un fallimento per la Russia. « Ho trascorso gran parte degli ultimi vent’anni -spiega- a cercare di capire la combinazione infiammabile di rancore, ambizione e insicurezza che il presidente russo Vladimir Putin incarna. Una cosa che ho imparato è che è sempre un errore sottovalutare la sua fissazione per il controllo dell’Ucraina e delle sue scelte. Questa tragica e brutale fissazione ha già portato vergogna alla Russia e messo in luce le sue debolezze, dalla sua economia unidimensionale alla sua gonfiata abilità militare al suo sistema politico corrotto». La guerra russa ha anche provocato una reazione ucraina che era difficile da prevedere in questa portata: «L’invasione di Putin ha suscitato una determinazione e una risolutezza mozzafiato da parte del popolo ucraino. Ho visto il loro coraggio in prima persona durante i frequenti viaggi in Ucraina in tempo di guerra, punteggiati dai raid aerei russi e dalle immagini vivide della tenacia e dell’ingegno ucraini sul campo di battaglia».

Tecnicamente, la Russia e Putin hanno già fallito, ritiene Burns. Con questi dati alla mano: «La guerra di Putin è già stata un fallimento per la Russia a molti livelli. Il suo obiettivo originario di conquistare Kiev e sottomettere l’Ucraina si è rivelato sciocco e illusorio. Le sue forze armate hanno subito danni immensi. Almeno 315mila soldati russi sono stati uccisi o feriti, due terzi dell’inventario di carri armati russi di prima della guerra sono stati distrutti e il vantato programma di modernizzazione militare di Putin, durato decenni, è stato svuotato. Tutto questo è il risultato diretto del valore e dell’abilità dei soldati ucraini, sostenuti dal supporto occidentale».

E i prezzi per l’economia russa sono altrettanto alti… «L’economia russa sta subendo contraccolpi a lungo termine e il Paese sta segnando il suo destino di vassallo economico della Cina. Le ambizioni smisurate di Putin si sono ritorte contro anche in un altro modo: hanno spinto la Nato a diventare più grande e più forte» (Nato che, effettivamente, prima dell’invasione su larga scala era percorsa da divisioni interne e debolezze).

Altro prezzo, di cui ci si dimentica (complice la propaganda russa in occidente e i suoi utili idioti), è quanto la guerra abbia indebolito Putin all’interno: «La sua guerra in Ucraina sta silenziosamente corrodendo il suo potere in patria. L’ammutinamento di breve durata lanciato lo scorso giugno dal leader mercenario Yevgeny Prigozhin ha offerto uno sguardo su alcune delle disfunzioni che si nascondono dietro l’immagine di controllo accuratamente lucidata di Putin. Per un leader che si è faticosamente costruito una reputazione di arbitro dell’ordine, Putin è apparso distaccato e indeciso mentre gli ammutinati di Prigozhin si facevano strada verso Mosca. Per molti membri dell’élite russa la domanda non era tanto se l’imperatore non avesse i vestiti, quanto piuttosto perché ci stesse mettendo così tanto a vestirsi». Si è definitivamente rivestito, ora? Resta assai dubbio”.

In questo quadro Putin sta rigenerando a tappe forzate «la produzione di difesa della Russia – con componenti critici provenienti dalla Cina, nonché armi e munizioni dall’Iran e dalla Corea del Nord – e continua a scommettere che il tempo sia dalla sua parte, che può fiaccare l’Ucraina e logorare i suoi sostenitori occidentali». Ma non è una convinzione del tutto fondata, Trump o non Trump (che ovviamente Burns non nomina). Il punto è che il deep state americano è profondamente convinto che, per usare le parole di Burns, «la sfida dell’Ucraina è quella di scalfire l’arroganza di Putin e dimostrare l’alto costo per la Russia di un conflitto continuo», ma qui Burns dice sorprendentemente e in modo totalmente pubblico qualcosa di quello che ci possiamo aspettare: attacchi profondi dietro le linee nemiche, non più la ricerca ossessiva del colpo di avanzamento al fronte. L’alto costo alla Russia si impone «non solo facendo progressi in prima linea, ma anche lanciando attacchi più profondi alle sue spalle e guadagnando costantemente terreno nel Mar Nero. In questo contesto Putin potrebbe tornare a lanciare minacce nucleari e sarebbe sciocco escludere del tutto i rischi di escalation. Ma sarebbe altrettanto sciocco farsi intimidire inutilmente da questi rischi». Non è per niente un segreto, per quasi tutti gli analisti, quanto la minaccia di escalation sia sventolata strumentalmente da tutti gli utili idioti putiniani in giro, da Mosca al mondo occidentale, al pacifismo europeo”.

 

La ricetta di continuare ad assistere con armi e denaro l’Ucraina serve gli interessi americani, non li danneggia. E con una spesa minima («meno del 5% del budget americano per la Difesa»), perché manda un messaggio chiaro al vero capo di tutto questo: la Cina di Xi Jinping…

«Uno dei modi più sicuri – conclude il capo della Cia – per riaccendere la percezione cinese dell’incoscienza americana e alimentare l’aggressività cinese sarebbe quello di abbandonare il sostegno all’Ucraina. Il mantenimento del sostegno materiale all’Ucraina non va a scapito di Taiwan, semmai invia un importante messaggio di determinazione degli Stati Uniti che aiuta Taiwan». Se le armi ci sono, e l’America c’è, Europa e Taiwan sono più sicure e l’asse dei dittatori ristretto e condannato a non passare in occidente. In caso contrario, tutto diventerebbe possibile, tranne che la pace”.

Terminiamo quindi la prima parte dell’articolo con queste riflessioni della Cia, “soggetto tecnico-politico” negli Stati Uniti che non si preoccupa né di elezioni né di cambiamenti di Presidenti: è come dire le scelte le determiniamo noi, ai Presidenti la “retorica” rivolta al pubblico degli elettori.

Nella prossima parte dell’articolo faremo sentire le ragioni e le voci di chi cerca di allontanare i gravi pericoli che incombono sulla pace in Europa e nel mondo.

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