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di Antonio Vargiu. 

Losi

ci ha lasciato il 4 febbraio di quest’anno. E’ stato il grande protagonista della prima partita della Roma che ho vissuto all’Olimpico insieme con mio padre. Un ricordo per me unico ed indimenticabile, come raccontato in una poesia, che qui ripubblico insieme con la descrizione dell’evento.

Prima una breve nota biografica: Losi non era romano, in quanto nato nel 1935 a Soncino in provincia di Cremona. E’ proprio nella Cremonese che inizia a giocare come professionista, ruolo: da mezzala a terzino e come difensore (centromediano) sarà utilizzato dalla AS Roma, che lo acquista nel 1953.

Abbiamo detto lombardo di nascita, ma la Roma (e la sua città) gli entra rapidamente nel cuore, diventandone presto il suo capitano.

Losi, chiamato affettuosamente “Giacomino” per i suoi 169 cm di altezza, era in realtà un gigante della difesa: ricordo i suoi epici duelli -spesso vittoriosi- con Charles il “gigante buono” centravanti della Juventus.

Giacomino Losi è così diventato “er core de Roma” e lo resterà per sempre.

Ed ecco la mia poesia. Un rammarico: composi questi miei versi alcuni anni fa e li volevo far conoscere a Losi come un mio omaggio e come segno di riconoscenza. Per questo scrissi ad una radio romana “specializzata” per così dire in “tifo giallorosso”, ma per un malinteso senso di rispetto della vita privata di Losi non ottenni nemmeno un recapito email.

 

 

È necessario raccontare, per spiegare l’episodio da cui nascono questi versi, i fatti di quella domenica per me indimenticabile. Per fare questo riporto, quasi integralmente, la lettera inviata a una radio romana:

«Gentile redazione,

ho letto (e risentito) con gioia ed emozione l’intervista di “Giacomino” Losi alla vostra radio in occasione del compimento dei suoi 80 anni e, in particolare, la rievocazione di Roma Sampdoria 3-2 del 1961.

Quella partita, per me mitica, è legata indissolubilmente sia alla squadra di calcio che a mio padre.

Difatti fu quella la prima volta che mio padre – come tanti hanno fatto con i propri figli prima e dopo di lui – mi portò allo stadio e per me fu un vero e proprio ingresso nel “mondo adulto”.

La cosa brutta è che quella fu l’ultima volta che mio padre venne allo stadio, a causa di una malattia progressiva che finì per portarlo anzitempo alla morte.

Ma quella partita fu una cosa indescrivibile. Losi, nella sua modestia, non fa riferimento al fatto che la Roma non solo si trovò, a un certo punto, sotto nel punteggio, ma anche in dieci, in quanto nel corso della partita si era fatto male Guarnacci (mediano che giocava anche nella nazionale) ed era stato costretto a uscire dal campo!

Insomma a un certo punto eravamo in 9 e mezzo (perché Losi, stringendo i denti, era rimasto in campo!) contro 11 (a quel tempo non erano consentite sostituzioni).

Dalla curva Sud non credemmo ai nostri occhi vedendo prima il guizzo vincente di Manfredini (era sempre uno spettacolo vederlo) per il pareggio e poi il gol di Losi (si sarebbe detto il “gol dello zoppo”) per l’incredibile vittoria.

Tutto lo stadio fece festa, ci si abbracciò come se avessimo vinto lo scudetto!».

 

A mio padre *

 

Improvviso, dopo il buio delle scale,

splendente nel meriggio di sole,

immenso l’Olimpico mi apparve.

Al vento che odorava di campo

ondeggiava la gente

e gialli e rossi i colori di Roma.

Fu quella la partita degli eroi

e, se uno cadde,

l’altro colpì.

E poi ovunque fu gioia

e grida e canti e abbracci,

e quando così stretti ci trovammo

ti riconobbi veramente padre,

così come anch’io per te lo fui,

quando le coperte ti rimboccai all’ospedale,

l’ultima volta.

 

*Da Eppure la vita, Antonio Vargiu, Phasar Edizioni, 2016.

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