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Premessa
Non è questa la sede per affrontare in maniera organica tutte le tematiche relative sia alla crescita del paese, che sembra in atto –anche se molto timida-, sia alla legge di stabilità attualmente in discussione al Parlamento
Qui vogliamo esprimere una nostra opinione su alcune direttrici di marcia che si debbono dare le organizzazioni sindacali, e la Uil in particolare, per continuare ad affrontare una crisi, che ha lasciato tra i lavoratori ferite non rimarginabili nel breve periodo.
Alcuni segnali di ripresa
La Banca d’Italia annuncia un probabile aumento del prodotto interno lordo intorno all’1% (la previsione era dello 0,7%). Visco parla anche di ripresa della domanda interna, che si potrebbe affiancare a quella già in atto della domanda estera. Aumenta la “fiducia dei consumatori”. Il governo ostenta grande ottimismo, qualcuno parla di ritorno ad una situazione pre-crisi. L’incentivo della legge di stabilità 2015 (non lo jobs act!) sembra che stia dando alcuni primi frutti in tema di assunzioni a tempo indeterminato (ma con meno diritti per i lavoratori).
Ovviamente non possiamo non essere contenti, se effettivamente l’economia italiana inizia ad uscire dal tunnel.
Ma questo non significa che questi piccoli segnali di ripresa compensino sette anni di crisi e perdite di reddito considerevoli, che hanno colpito non solo i ceti già più in difficoltà, ma anche la classe media.
Per chiarire bene questo concetto, crediamo sia cosa utile ricordare alcune cifre sulla povertà in Italia, tratte dal rapporto Caritas 2015, che dovrebbero far meditare tutti e togliere ogni accenno di trionfalismo, soprattutto a chi ha responsabilità di governo.
Come è cambiata la povertà
Dall’anno scorso è cambiata di poco, almeno secondo l’Istat. “L’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile; considerando l’errore campionario, il calo rispetto al 2013 del numero di famiglie e di individui in condizioni di povertà assoluta (pari al 6,3% e al 7,3% rispettivamente), non è statisticamente significativo”.
Ma è interessante vedere anche com’è cambiata la povertà dalla crisi a oggi. In sette anni il numero di poveri è più che raddoppiato: nel 2007, infatti, le persone in una situazione di povertà assoluta erano 1,8 milioni, oggi 4 milioni. Dopo la crisi economica è cambiato anche il profilo dei poveri italiani. Se prima erano quasi esclusivamente del Sud (principalmente famiglie numerose) dopo la crisi sono aumentati anche al Nord, con la differenza che nel Mezzogiorno la povertà assoluta è più presente nei piccoli centri, mentre nel Nord Italia è distribuita maggiormente nelle metropoli.
Se prima la povertà riguardava soprattutto gli anziani, ora riguarda anziani e anche giovani: minori, ma anche quei 20enni e 30enni che non riescono a lasciare la casa dei genitori per il semplice fatto che non hanno i soldi per mantenersi e costituire un loro nucleo famigliare. La povertà dei giovani dunque viene “attutita”, diciamo così, dalle famiglie d’origine, e in parte nascosta ai dati Istat. In questo contesto rientrano gli ormai noti Neet (i giovani che non studiano e non lavorano). La famiglia resta dunque il vero ammortizzatore sociale in Italia.
Infine, se prima la povertà assoluta era sinonimo di assenza totale di lavoro, oggi tocca anche chi un lavoro ce l’ha, portando lavoratori dipendenti in quella enorme zona grigia di povertà relativa e rischio di povertà (28,4% degli italiani). Questo dimostra inoltre che l’aumento dell’occupazione – risposta o quantomeno promessa di ogni Governo come misura contro la povertà – non porta per forza a una diminuzione dei poveri. Precisiamo che il rapporto Istat si basa su dati del 2014, quindi precedenti al Jobs Act del 2015.
L’unica costante, sia per la povertà assoluta sia per la povertà relativa, è la distribuzione geografica, che vede sempre più poveri al Sud rispetto al resto del Paese”.
Inoltre, quando si ragiona sull’incremento di occupati ecc., bisognerebbe andare a vedere che tipo di stabilità hanno questi posti di lavoro, soprattutto se si fa riferimento a periodi estivi, quando sono più presenti i lavoratori stagionali e, quindi, i tempi determinati.
Nello stesso tempo la scelta di sistema di reagire alla crisi “abbattendo” il costo del lavoro (a partire dalle retribuzioni) si sposa con politiche miopi, che stanno spingendo le associazioni imprenditoriali a dividersi e a farsi la concorrenza per “spuntare” rinnovi di contratto nazionale quasi a costo zero (nelle loro intenzioni).
Quello che sta avvenendo nel settore del commercio e della logistica ne è un esempio evidente.
Il colmo è che, per citare ad esempio il ccnl Confcommercio, associazioni imprenditoriali “scissioniste” come Federdistribuzione, stanno rifiutando aumenti contrattuali che il piccolo “bottegaio” ha invece accettato.
Il governo ha presentato in Parlamento la sua proposta di legge di stabilità 2016, sta ripartendo, quindi, la discussione sui suoi contenuti.
Diversi giornali hanno pubblicato articoli dai titoli “Chi guadagna e chi perde”, per mettere in evidenza le categorie sociali più favorite e quelle più “trascurate”.
Nel box se ne può avere un’elencazione sintetica.
Ma la domanda è : il governo si sta ponendo il problema dell’equità dei sacrifici e di una redistribuzione delle risorse in linea con queste esigenze per correggere quella, per così dire, “naturale” operata dalla crisi?
La risposta è no!
Quello che si vede nelle “leggi di stabilità” degli ultimi anni è l’empirica ricerca di catturare consensi nelle più diverse categorie e ceti sociali, senza un’azione programmata e costante nel tempo.
Quello che è certo è che il governo ogni anno individua categorie da far oggetto di provvedimenti vantaggiosi ed accrescere, quindi, il suo consenso.
Ma da questo, è quasi inutile dirlo, non ne deriva certo una politica economica e sociale coerente e programmata negli anni.
Per quanto riguarda il sindacato due sono i “campi di battaglia” in cui deve operare: quello del rinnovo dei contratti nazionali di lavoro e quello della legge di stabilità.
Sul primo fronte sta fallendo clamorosamente il tentativo operato dalla Confindustria di Squinzi di stringere “un patto di ferro” con il presidente del consiglio, Renzi, allo scopo di ottenere una definizione per legge del minimo garantito e, sostanzialmente, definire un solo livello contrattuale, quello aziendale.
Questo anche perché la strategia non è condivisa da tutto il fronte imprenditoriale, perché continuano le trattative sui tavoli nazionali delle singole categorie e sono in costante aumento gli accordi firmati: da quelli dello scorso anno, ccnl TDS Confcommercio e ccnl bancari, mentre è di pochi giorni fa l’accordo per i chimici farmaceutici. Proseguono, inoltre, le trattative per altri settori industriali (alimentaristi, metalmeccanici ecc.).
Infine anche gli statali sono sul piede di guerra e si preparano a reagire ad uno stallo delle trattative e dei rinnovi che dura, oramai, da più di sei anni.

Parallelamente si riduce sempre più il cosiddetto “welfare”: su questo e, in particolare, su fisco e sanità, due elementi chiave per qualsiasi ragionamento in merito, ne faremo oggetto di un più mirato intervento sul prossimo numero.

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