Care delegate, cari delegati,
nel giugno dello scorso anno tenemmo a Firenze la nostra Assemblea nazionale, tutta dedicata al tema del lavoro povero e precario che è purtroppo fortemente presente nei settori che noi rappresentiamo.
Quello che mi colpì fu una particolare coincidenza: lo stesso giorno una sorridente presidente del consiglio, in un video messaggio all’Assemblea generale di Confcommercio, tesseva le lodi della politica sociale del suo governo: “Abbiamo raggiunto il record di numero di occupati, la disoccupazione è ai minimi da 18 anni, il precariato diminuisce, i contratti stabili aumentano”.

Evidentemente abitiamo in due mondi diversi.
Il presidente del Consiglio si è infatti avvolto nella sua propaganda, per cui stiamo vivendo “nel migliore dei mondi possibili”. Evidentemente ha scelto di ignorare le situazioni di incertezza e di precarietà che ormai coinvolgono una parte importante del mondo del lavoro. La nostra battaglia contro il lavoro povero non è uno slogan, ma purtroppo una realtà denunciata dai nostri delegati, ma, soprattutto, dalle nostre delegate che hanno poi manifestato apertamente una forte volontà di combattere queste condizioni di sfruttamento in cui sono costrette ad operare.
In particolare vogliamo sottolineare come i settori colpiti da questa situazione di salari bassi e precari sono proprio quelli che, ai tempi del covid, erano considerati
essenziali per la vita del paese, lavoratrici e lavoratori “eroi”. Parliamo, ad esempio, della cura delle persone, nelle residenze sanitarie assistenziali o a domicilio, della distribuzione commerciale, aperta tutte le domeniche ed anche nelle festività, delle farmacie, delle consegne a domicilio, dei servizi di vigilanza ecc.
E’ passato un anno e le nostre iniziative hanno almeno ottenuto un primo risultato: anche il governo ha dovuto ammettere che il lavoro povero esiste e che esistono anche i contratti pirata.
Questa espressione indica un vero e proprio furto commesso ai danni dei lavoratori, che si vedono decurtato lo stipendio anche di una mensilità all’anno. E chi lo fa vanta amicizie e complicità anche in questo governo.
i rinnovi contrattuali
Tutto questo ci porta alla attualità, quella del rinnovo dei nostri principali contratti.
Qui siamo chiamati a cimentarci con una sfida: quella di un salario che regga alle continue fiammate inflazionistiche, provocate dalle guerre di Trump e dall’incapacità di questa Europa di trovare le conseguenti soluzioni comuni.
Siamo perfettamente consapevoli della necessità di recuperare interamente l’inflazione, al di là degli attuali indici Ipca depurati dai prezzi dei prodotti energetici, per dare ai lavoratori che rappresentiamo un salario dignitoso e commisurato alle esigenze elementari delle persone.
Ci attendono quindi grandi sfide e forti mobilitazioni.
un impegno confederale
Ma non basterà il solo nostro impegno per proteggere i settori produttivi più deboli.
L’inflazione è una tassa iniqua perché colpisce tutti coloro che non sono in grado di ribaltare a valle il peso dell’aumento dei prezzi: lavoratori dipendenti in primo luogo ma non solo.
Questo implica la necessità di affiancare alla mobilitazione delle Federazioni di categoria una forte iniziativa confederale per ottenere dal governo un fisco che non guadagni sul taglieggiamento dei salari da parte dell’inflazione, una sanità pubblica che funzioni, piani casa veramente finanziati.
Sì, abbiamo bisogno di una vera e propria vertenza sindacale confederale, non su obiettivi general/generici che non portano a niente, ma focalizzata su poche ma precise cose e significative di un concreto cambiamento di rotta.
Questo per contestare con i fatti l’ipocrita ruolo di spettatore che il governo in genere assume per tutto quello che riguarda la contrattazione privata.

le nuove tecnologie
Oggi siamo abbagliati dall’enorme salto tecnologico prodotto dagli strumenti di intelligenza artificiale. Ma le premesse c’erano già, le tecnologie informatiche che sfruttano le incredibili potenze di calcolo erano e sono già al lavoro, la nostra vita è già cambiata e forse non ce ne siamo accorti.
Ma se come cittadini giustamente ci preoccupiamo di quello che avviene nelle nostre comunità, come sindacalisti abbiamo il dovere di preoccuparci di come le nuove tecnologie continuamente cambiano i nostri luoghi di lavoro.
Oggi infatti si entra in azienda sotto l’occhio vigile di una telecamera, si usa un badge, che magarti segnala i nostri movimenti quando si passa davanti a postazioni di rilevamento in radiofrequenza. Oppure la nostra attività lavorativa può essere monitorata da remoto tutte le volte che viene usato un computer o uno smartphone, aziendale o a uso promiscuo che sia. I gps sono attivi se si usa un veicolo aziendale. Senza parlare poi del diffondersi, nei magazzini, di braccialetti od altri analoghi strumenti elettronici con cui si opera nella logistica più moderna.
Le telecamere poi si sono evolute e possono essere gestite da sistemi collegati all’intelligenza artificiale.
Qualcuno ha pensato di usarle come in Cina per il riconoscimento facciale. Per fortuna il Garante della protezione dei dati personali ha dichiarato illegale questo utilizzo delle telecamere al fine di registrare le entrate e le uscite dai luoghi di lavoro.
Sempre a proposito delle telecamere: incominciano a diffondersi soprattutto nei settori commerciali le telecamere “contateste”, per contare appunto i clienti che entrano in un negozio e poi valutare il rapporto tra afflusso di clienti, personale occupato e vendite.
Iniziano anche ad arrivare i primi licenziamenti collettivi motivati dall’uso di programmi di intelligenza artificiale (un esempio attuale: un’azienda di supporto linguistico).
Naturalmente non ci proponiamo di bloccare l’evoluzione tecnologica.
Però il nostro compito è quello di porre alcune limitazioni all’uso di queste sempre più potenti tecnologie, a salvaguardia della dignità del lavoro.
Abbiamo degli strumenti? Sì, il principale è l’art.4 dello Statuto dei lavoratori, che obbliga le aziende, nel momento in cui introducono queste nuove tecnologie, ad aprire un confronto preventivo con le organizzazioni sindacali avente per oggetto la limitazione del controllo a distanza dei lavoratori e il rispetto dei loro dati personali: una vera e propria norma di sostegno alla contrattazione!
Da qui possiamo tranquillamente dire che si è andata formando e consolidando una nostra storia di contrattazione, che ci ha reso leader su queste materie.
Va tutto bene? Non del tutto.
Infatti siamo carenti nel diffondere le nostre esperienze di contrattazione, mentre invece abbiamo la necessità di predisporre momenti importanti di informazione e di formazione che coinvolgano i nostri delegati e i nostri operatori sindacali a tempo pieno!

Caro Giorgio Benvenuto,
Non ricordo esattamente quanti anni fa, ma ricordo in maniera precisa la scena svoltasi in corso Trieste a Roma, quando mi offristi un bicchierino di grappa come viatico.
Sì, perché alla richiesta di poter operare nella Uilm a tempo pieno, io delegato di un supermercato della Coop di Roma, la risposta fu che sì c’era questa possibilità, ma non certo nella capitale: si doveva andare al Nord!
Lasciai la famiglia, i parenti e gli amici, ma lo feci volentieri e con grande entusiasmo: la parola d’ordine in quegli anni era “cambiare il mondo” e in un unico modo: essere da una sola parte, dalla parte dei lavoratori, come disse allora il ministro del lavoro socialista, Brodolini, uno dei principali artefici della legge 300/70, lo Statuto dei lavoratori!
Torino
Andare al Nord significava fare una prima tappa “di immersione” in quella che era una roccaforte della Uilm e della Uil, allora rappresentata da Torino.
Da qui il legame stretto tra il mio impegno personale nell’organizzazione e questa città, che allora si presentava in modo anche fisicamente molto diverso da quella che vediamo oggi.
Era l’autunno, la nebbia invadeva i lunghi viali e controviali, tutti i suoni giungevano attutiti, le strade con pochissima gente si animavano solo al cambio turno nelle fabbriche della Fiat. Mirafiori era lo stabilimento centrale: oggi è difficile persino immaginare una città operaia dentro le cui mura operavano più di 50 mila lavoratori.
L’apprendistato sindacale durò per sei sette mesi e fu molto intenso: la mattina una vera e propria scuola in cui imparavamo le nozioni essenziali riguardante la Uil e la Uilm, i loro valori e la loro storia, i principi essenziali della contrattazione e le nuove forme di rappresentanza sindacale.
Dopo pranzo c’era invece la parte pratica: affiancavamo gli operatori nelle leghe (era questo il nome delle zone sindacali), partecipavamo alle assemblee dei lavoratori e alle riunioni con i delegati.
Ritrovai il mio amico salesiano di Roma, Renzo Friolotto, professore di teologia morale, costretto ad uscire dall’ordine dalla maggioranza conservatrice ed anticonciliare, ora a Torino prete-operaio, con un timpano compromesso alle Grandi Presse della Fiat: era il nostro insegnante della mattina!
Tra i dirigenti sindacali della Uil la figura centrale era rappresentata da Corrado Ferro, prima segretario della Uilm e poi della Uil, che spero abbia anche oggi un degno ricordo da parte della Uil di Torino e del Piemonte.
Cambia la scena: siamo nel 2002, la Uiltucs nazionale tiene una grande manifestazione al Teatro Colosseo di Torino.
Siamo ai tempi del secondo governo Berlusconi, c’è il Libro Bianco che esplicita il programma di governo di superare il metodo della concertazione del governo Ciampi del ’93; con i sindacati al massimo un dialogo e il governo decide come vuole. Si preparano provvedimenti che renderanno sempre più precari i rapporti di lavoro, si firma un Patto per l’Italia cui non aderisce la Cgil.
La Uiltucs scende allora in campo: una cosa vuole assolutamente chiarire, la Uiltucs e la Uil sono parte indivisibile della “sinistra sociale”. Alla manifestazione vengono invitati i leader di tutti i partiti di opposizione e sono presenti con i loro massimi leader: Piero Fassino, allora segretario dei democratici di sinistra, Francesco Rutelli per la Margherita, Enrico Boselli per i socialisti e Giorgio Benvenuto, portavoce dei riformatori per l’Europa.
In effetti la manifestazione ha un enorme successo, il Teatro trabocca, la Uiltucs segnala con forza l’ascesa del settore terziario a fronte dell’incipiente declino della industrializzazione basata sulla produzione di beni di massa, la nostra Federazione irrompe con forza nel dibattito sindacale, dentro e fuori della Uil.

arriviamo ai giorni nostri
Diciamolo chiaramente: non ci piace il declino industriale di una parte significativa del nostro paese. Nello stesso tempo qui accanto nel Lingotto, c’è anche la sede di uno dei più prestigiosi centri di studi e di elaborazione italiani: Il Politecnico di Torino. Ci sono energie intellettuali per rilanciare lo sviluppo dell’industria e del terziario avanzato nel nostro paese.
Insieme con questo, in questi giorni, possiamo ammirare una vera e propria meraviglia: la Torino diventata ambita meta di turismo nelle sue varie sfaccettature: architettonica, culturale e storica, paesaggistica.
Tutte queste sono state le ragioni per le quali la Uiltucs ha scelto di tornare a Torino, oramai città del Terziario, per celebrare questo suo importante Congresso.

Per finire.
Ho vissuto diversi nostri Congressi regionali e sono stato positivamente colpito dalla partecipazione convinta ed entusiasta al tema indicato dallo slogan del nostro Congresso: vite che contano!
Ho visto grande attenzione ed impegno in particolare sul lavoro povero e sulla condizione delle donne lavoratrici. Su questi temi è cresciuto in particolare un folto gruppo di delegate e di dirigenti sindacali a tempo pieno.
Tutto questo è di buon auspicio rispetto al confronto/scontro, che ci aspetta non appena finiti questi lavori congressuali.
Ci sono quindi molti motivi di speranza, la primavera è tutto un fiorire, ma poi sicuramente verranno frutti maturi.
Viva quindi la Uiltucs, viva la Uil, viva il sindacalismo confederale!
